Nella gioia che non può esserci tolta

L’uomo di cui ti racconterò era in una prigione solitaria, ma ciò nonostante era libero e liberante. Ha portato la luce del Cielo in una prigione umida e ammuffita e ha “contagiato” le guardie che vigilavano su di lui.

Si chiama François Xavier Nguyen Van Thuan. È un vietnamita cristiano che nasce a Hue nel 1928. Viene ordinato sacerdote nel 1953 e poi vescovo nel 1967. Nel 1975, con l’avvento del regime comunista, viene incarcerato fino al 1988. Di questi lunghi anni, passa i primi nove in solitaria «per non contaminare altri prigionieri».

Ho conosciuto la storia del Vescovo Van Thuan tra le pagine di Il nascondiglio della gioia di Robert Cheaib, da cui è tratta la citazione in apertura. Un uomo di speranza, qualcuno a cui guardare, perché dalla sua lunga prigionia e dal modo in cui l’ha vissuta possiamo imparare davvero molto, non soltanto per il periodo che stiamo vivendo in cui c’è bisogno di un “contagio” di speranza e gioia parallelo a quello del virus, ma per la vita in genere.  

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Nella luce senza tramonto

Verranno giorni limpidi
come i primi di quest’anno
ritorneremo liberi
come quelli che non sanno.

Inizia così una canzone di Niccolò Fabi dal titolo Filosofia agricola, perfetta per questi giorni in cui ci sentiamo immobili, col pensiero rivolto al passato, all’inconsapevolezza che avevamo prima che iniziasse tutto questo, e con l’angoscia verso il futuro.

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9 marzo 2020

“Domenica 9 marzo. Avanti, allora! È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe. I pensieri sono spesso così chiari e limpidi nella mia testa, i sentimenti così profondi, ma non riesco ancora a metterli per iscritto. Dev’essere più che altro la vergogna. Mi sento molto impacciata, non ho il coraggio di lasciarmi andare. Ma sarà pur necessario, se voglio indirizzare la mia vita verso un fine ragionevole e soddisfacente.”

Il 9 marzo 1941 Etty Hillesum, una ragazza olandese di ventisette anni, ebrea, iniziava a scrivere il suo diario. Da molto tempo desideravo parlare di lei sul blog. Ho deciso di iniziare oggi, 9 marzo 2020, in piena emergenza coronavirus. Tutto quello che Etty ha scritto è intriso di speranza, gioia di vivere, fiducia incrollabile: tutte cose di cui in questo periodo si avverte particolare bisogno. Non si può lontanamente pensare di mettere a confronto circostanze così diverse come la tragedia della Shoah, vissuta da Etty, e lo stato di permanente apprensione e autoreclusione che stiamo vivendo noi oggi, ma penso che nelle pagine del diario e nelle lettere di questa ragazza (che sento così a me spiritualmente affine) si possano trovare meravigliosi spunti da applicare alla situazione attuale, ma anche a tante altre che ci è già capitato di vivere e che vivremo. Cercherò allora, a partire da brani scritti da Etty, di lasciarmi condurre da lei in riflessioni mie, che non aggiungeranno nulla alla bellezza delle sue ma che sarà molto utile per me poter fare. D’altronde la potenza della scrittura, della poesia, di qualsiasi forma d’arte, è quella di ricondurre a se stesso chi ne fruisce. Avanti, allora!  

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Nella speranza della Risurrezione

Questa Quaresima è forse il più grande esercizio di speranza che ci sia mai stato richiesto. Siamo sempre stati abituati a viverla come un periodo in cui magari intensificare la preghiera, fare qualche rinuncia, osservare il digiuno e l’astinenza nei giorni stabiliti, compiere qualche opera di carità in più… Ma quando mai abbiamo pensato di poter vivere la preghiera davvero in maniera incessante, quando abbiamo dovuto digiunare dalla nostra libertà di muoverci, dal contatto sociale, dall’Eucarestia? E come può essere carità da esercitare quella di evitare l’altro e non toccarlo per proteggerlo e non esporlo a un pericolo?

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Cartoline da molto lontano

Una guerra che si trascina da sette anni, violenze e orrori a mai finire perpetrati sulla pelle di innocenti (soprattutto bambini), intere città completamente distrutte e fughe disperate tante volte finite male. Quel che accade in Siria è sotto gli occhi di tutti eppure nessuno sembra vedere. “Fino a quando?” è il grido di domanda dell’oppresso, del perseguitato, dell’esiliato. 

C’è un brano del grandissimo Ezio Bosso che mi fa venire i brividi ogni volta che lo sento. Si intitola Split, postcards from far away, e se dovessi pensare a una musica che esprima l’intera quantità di dolore dell’umanità ferita di tutto il mondo non potrebbe essere che questa.

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Lettera a un bambino che è nato

Una premessa. Questo è un post un po’ particolare. Contiene una lettera che ho scritto il 14 febbraio scorso e che volevo tenere per me, perché la ritenevo troppo personale. Racconta di un’esperienza di preghiera che ho fatto, e la preghiera è sempre qualcosa di unico e personale, perché è la relazione che ciascuno ha con il Padre ad esserlo. Allo stesso tempo, però, pregare ha una ripercussione di tipo comunitario, ma nemmeno questo in realtà era servito per convincermi a pubblicare la lettera. Poi è successa una cosa che mi ha fatto cambiare idea, poiché mi ha consentito di intravedere delle possibilità di bene che potevano nascere condividendola con voi. Se avete la pazienza di leggere tutto, alla fine vi dirò quale è stato l’evento determinante questo cambio di rotta. Prima di farlo, preferisco leggiate la mia lettera a un bambino che è nato.

14 febbraio 2018

Carissimo sospirato dono di Dio Padre,

benvenuto al mondo! Mi verrebbe da dirti come prima cosa “ce l’abbiamo fatta!” ma poi mi rendo conto che ad avercela fatta siete tu e i tuoi genitori, insieme alla vita. Io ti ho soltanto accompagnato da lontano (ma allo stesso tempo sentendomi vicina a te) a partire da quel giorno in cui ho deciso di dire di sì a una proposta che il Signore mi faceva attraverso Sua Madre. Era il 13 maggio 2017 quando nella mia stanza davanti al crocifisso ho promesso che avrei pregato ogni giorno per nove mesi per un bambino a rischio di essere abortito. Quel bambino eri tu.

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