Il suono che fa l’universo

Ed è proprio
quando tutti accelerano
che io rallento
al mare, di lunedì
in ottobre secondo
seconda spiaggia del giorno
rallento, rallento
indecisa tra privilegio e vergogna io
dormo
il seno pieno, teso, caldo sull’attenti a
benedire i passanti
ho acqua in bocca e un pesciolino
tutto per me

Inizia così una canzone che ho scoperto in questi giorni e che non riesco a smettere di ascoltare per quanto è profonda ed evocativa. Il suono che fa l’universo, di Ilaria Pilar Patassini, parla di attesa, della necessità di fermarsi e stare all’erta per non lasciarsi sfuggire nulla di quella che è la scoperta più sorprendente che possa vivere una donna: percepire una nuova vita dentro di sé. Un pesciolino, che cambia le prospettive e stravolge tutto, che ti costringe a fare silenzio intorno e dentro di te, a rallentare per la fatica del generare ma soprattutto per non perderti il momento. Ma è una canzone che, oltre a questa che è l’interpretazione più ovvia e che si rifà all’esperienza diretta dell’autrice, si presta anche ad altre chiavi di lettura tutte ugualmente vere e significative. Che si sia o meno genitori nella carne, infatti, ognuno può considerarsi genitore, anche chi non lo è o pensa di non esserlo, perché ha una responsabilità sia verso se stesso che nei confronti delle persone che gli sono affidate e che si contribuisce, con il proprio apporto, a far crescere. Quindi ad ogni persona, uomo o donna, genitore o no, si possono applicare alcune considerazioni che vorrei fare prendendo spunto da questo testo, perfetto anche per questo periodo di Avvento visto che parla di attesa. 

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A-riamarti

Dedicata a chi ogni giorno si impegna a vivere la vita amando chi gli sta accanto nel servizio, nel silenzio, nel sacrificio spesso non ricompensato come merita, a chi continua a farlo sempre con gioia e a fidarsi e affidarsi pur nelle difficoltà. Sono vite che non fanno clamore, ma che lasciano vuoti grandi come voragini quando si interrompono. Se lo fanno, però, è per rinascere per sempre: in questi casi si dice addio (che sta per A-Dio) oppure a-rivederci, sapendo che quella persona continueremo ad amarla per il resto della nostra vita e che un giorno potremo farlo avendola di nuovo di fronte. E quindi il saluto che mi è venuto in mente, e che esprime questa speranza certa che inizia già a partire da adesso, è a-riamarti

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Per mille strade

In questi giorni tantissimi giovani stanno percorrendo a piedi le strade d’Italia in risposta all’invito del Papa a mettersi in cammino per poi ritrovarsi l’11 agosto a Roma, dove parteciperanno all’incontro in preparazione al Sinodo dei Vescovi che avrà come tematica proprio “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Tutto questo mi sta facendo pensare molto al tema del cammino inteso in senso ampio, a tutte le difficoltà che possono presentarsi, ma anche alle gioie quotidiane scaturite dalla condivisione di un percorso, dall’aiutarsi a vicenda, dal completare una tappa raggiungendo un traguardo, apprezzando quelle cose che normalmente si danno per scontate e trovando consolazione nell’accoglienza ricevuta, nella preghiera e nella fraternità. Ho molta ammirazione verso chi sta facendo quest’esperienza, soprattutto mi commuovono le motivazioni che possono stare alla base di un’impresa di questo tipo. È brutto pensare  “chi glielo fa fare” ed è davvero molto triste riscontrare tanta superficialità anche in chi, in un contesto di un certo tipo, non dovrebbe averla. Camminare è faticoso ma è ciò che ci fa essere vivi dando concretezza e sapore alla vita stessa.

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Chiara luna

L’eclissi di luna di qualche giorno fa ha fatto alzare lo sguardo verso il cielo a svariate persone. Come faceva notare Davide Rondoni in un articolo di qualche giorno fa, quello di guardare il cielo è un privilegio tutto umano e, al di là delle differenze e delle categorie  in cui cerchiamo di incasellarci, noi siamo sostanzialmente questo: esseri che guardano il cielo. Lo facciamo da sempre e per diversi motivi, magari solo per curiosità o per provare ancora quello stupore che la natura sa regalare in certe occasioni. Si tratta, però, soltanto di pretesti, perché la vera ragione che ci spinge ad alzare gli occhi al cielo è il nostro portarci dentro delle domande grandi, domande a cui speriamo di trovare le risposte proprio in qualcosa di altrettanto grande che ci sovrasta. Dice Rondoni che forse non molti, mentre ammiravano la luna che dava spettacolo, avranno pensato ai versi di Leopardi e alle sue domande esistenziali nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Io ci ho pensato e ho provato, in tutta umiltà, a rivolgermi alla luna interrogandomi insieme a lui (D’Avenia docet!). Come lui non ho le risposte per quelle domande, ma cerco di avere care le domande stesse e di provare a imparare qualcosa da chi è riuscito a viverle. 

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Lettera a un bambino che è nato

Una premessa. Questo è un post un po’ particolare. Contiene una lettera che ho scritto il 14 febbraio scorso e che volevo tenere per me, perché la ritenevo troppo personale. Racconta di un’esperienza di preghiera che ho fatto, e la preghiera è sempre qualcosa di unico e personale, perché è la relazione che ciascuno ha con il Padre ad esserlo. Allo stesso tempo, però, pregare ha una ripercussione di tipo comunitario, ma nemmeno questo in realtà era servito per convincermi a pubblicare la lettera. Poi è successa una cosa che mi ha fatto cambiare idea, poiché mi ha consentito di intravedere delle possibilità di bene che potevano nascere condividendola con voi. Se avete la pazienza di leggere tutto, alla fine vi dirò quale è stato l’evento determinante questo cambio di rotta. Prima di farlo, preferisco leggiate la mia lettera a un bambino che è nato.

14 febbraio 2018

Carissimo sospirato dono di Dio Padre,

benvenuto al mondo! Mi verrebbe da dirti come prima cosa “ce l’abbiamo fatta!” ma poi mi rendo conto che ad avercela fatta siete tu e i tuoi genitori, insieme alla vita. Io ti ho soltanto accompagnato da lontano (ma allo stesso tempo sentendomi vicina a te) a partire da quel giorno in cui ho deciso di dire di sì a una proposta che il Signore mi faceva attraverso Sua Madre. Era il 13 maggio 2017 quando nella mia stanza davanti al crocifisso ho promesso che avrei pregato ogni giorno per nove mesi per un bambino a rischio di essere abortito. Quel bambino eri tu.

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Un citofono collegato al Cielo

Un frutto di Chiara Corbella: così si definiva una ragazza siciliana di 29 anni, Maria Chiara Mangiacavallo, avendo in comune con lei la stessa vocazione alla gioia, attraversata, però, dalla sofferenza. Al termine del calvario della malattia, infatti, la giovane vita di Maria Chiara si è conclusa sulla terra il 13 marzo 2015, per rinascere al Cielo esattamente 9 mesi dopo essersi definita come un “frutto di Chiara”. Proprio come lei, si è preparata con fede all’incontro con lo Sposo, così che il suo funerale si è trasformato in una festa, quella del suo matrimonio.

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Siamo nati e non moriremo mai più

 “È bello avere degli esempi di vita che ti ricordano che si può pretendere il massimo della felicità già qui su questa terra, con Dio come guida.”

Queste parole di Chiara Corbella Petrillo sono perfette per inaugurare una nuova sezione del blog, chiamata Poesia della vita, che è stata pensata su ispirazione di tante storie di persone che hanno reso la loro esistenza un autentico capolavoro. Sono tratte dalla lettera che Chiara scrisse a suo figlio Francesco poco prima di diventare lei stessa esempio di vita e di fede per molti. Il 13 giugno ricorre l’anniversario della sua nascita al Cielo, avvenuta nel 2012, e in quest’occasione è stato annunciato l’imminente avvio della causa di beatificazione.

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