6 aprile 2020

“Devo recuperare un’antica saggezza: chi riposa in se stesso non tiene conto del tempo; una vera maturazione non può tener conto del tempo.”

Continuiamo a farci guidare nella nostra quarantena da Etty Hillesum e dalle pagine del suo diario (QUI potete trovare il primo post di questa serie). Oggi vorrei proporvi alcuni passaggi riguardanti il tempo e il suo fluire, con la necessità di vivere il momento presente. In questo periodo in cui tutto sembra essersi bloccato e tutto è fermo, possiamo almeno provare a non lasciare che questo tempo scorra invano perché è nostro, perché ha delle cose da dirci ma soprattutto perché noi abbiamo delle cose da dirgli ed è il momento di capire quali. 

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Nella gioia che non può esserci tolta

L’uomo di cui ti racconterò era in una prigione solitaria, ma ciò nonostante era libero e liberante. Ha portato la luce del Cielo in una prigione umida e ammuffita e ha “contagiato” le guardie che vigilavano su di lui.

Si chiama François Xavier Nguyen Van Thuan. È un vietnamita cristiano che nasce a Hue nel 1928. Viene ordinato sacerdote nel 1953 e poi vescovo nel 1967. Nel 1975, con l’avvento del regime comunista, viene incarcerato fino al 1988. Di questi lunghi anni, passa i primi nove in solitaria «per non contaminare altri prigionieri».

Ho conosciuto la storia del Vescovo Van Thuan tra le pagine di Il nascondiglio della gioia di Robert Cheaib, da cui è tratta la citazione in apertura. Un uomo di speranza, qualcuno a cui guardare, perché dalla sua lunga prigionia e dal modo in cui l’ha vissuta possiamo imparare davvero molto, non soltanto per il periodo che stiamo vivendo in cui c’è bisogno di un “contagio” di speranza e gioia parallelo a quello del virus, ma per la vita in genere.  

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Nella luce senza tramonto

Verranno giorni limpidi
come i primi di quest’anno
ritorneremo liberi
come quelli che non sanno.

Inizia così una canzone di Niccolò Fabi dal titolo Filosofia agricola, perfetta per questi giorni in cui ci sentiamo immobili, col pensiero rivolto al passato, all’inconsapevolezza che avevamo prima che iniziasse tutto questo, e con l’angoscia verso il futuro.

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9 marzo 2020

“Domenica 9 marzo. Avanti, allora! È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe. I pensieri sono spesso così chiari e limpidi nella mia testa, i sentimenti così profondi, ma non riesco ancora a metterli per iscritto. Dev’essere più che altro la vergogna. Mi sento molto impacciata, non ho il coraggio di lasciarmi andare. Ma sarà pur necessario, se voglio indirizzare la mia vita verso un fine ragionevole e soddisfacente.”

Il 9 marzo 1941 Etty Hillesum, una ragazza olandese di ventisette anni, ebrea, iniziava a scrivere il suo diario. Da molto tempo desideravo parlare di lei sul blog. Ho deciso di iniziare oggi, 9 marzo 2020, in piena emergenza coronavirus. Tutto quello che Etty ha scritto è intriso di speranza, gioia di vivere, fiducia incrollabile: tutte cose di cui in questo periodo si avverte particolare bisogno. Non si può lontanamente pensare di mettere a confronto circostanze così diverse come la tragedia della Shoah, vissuta da Etty, e lo stato di permanente apprensione e autoreclusione che stiamo vivendo noi oggi, ma penso che nelle pagine del diario e nelle lettere di questa ragazza (che sento così a me spiritualmente affine) si possano trovare meravigliosi spunti da applicare alla situazione attuale, ma anche a tante altre che ci è già capitato di vivere e che vivremo. Cercherò allora, a partire da brani scritti da Etty, di lasciarmi condurre da lei in riflessioni mie, che non aggiungeranno nulla alla bellezza delle sue ma che sarà molto utile per me poter fare. D’altronde la potenza della scrittura, della poesia, di qualsiasi forma d’arte, è quella di ricondurre a se stesso chi ne fruisce. Avanti, allora!  

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Nella speranza della Risurrezione

Questa Quaresima è forse il più grande esercizio di speranza che ci sia mai stato richiesto. Siamo sempre stati abituati a viverla come un periodo in cui magari intensificare la preghiera, fare qualche rinuncia, osservare il digiuno e l’astinenza nei giorni stabiliti, compiere qualche opera di carità in più… Ma quando mai abbiamo pensato di poter vivere la preghiera davvero in maniera incessante, quando abbiamo dovuto digiunare dalla nostra libertà di muoverci, dal contatto sociale, dall’Eucarestia? E come può essere carità da esercitare quella di evitare l’altro e non toccarlo per proteggerlo e non esporlo a un pericolo?

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Esercizi di speranza (14 agosto-30 novembre 2019)

14 agosto-Solo l’amore crea

Solo l’amore crea. E solo l’amore ri-crea, perché c’è bisogno di rinascere ogni giorno, di venire alla luce continuamente, ed è l’amore a farci uscire dal buio che non riusciamo a evitare. Solo l’amore, nient’altro. Solo se ti senti amato puoi dire: io mi fido, fai ciò che vuoi basta che sia Tu a farlo. Tu e nessun altro.
San Massimiliano Kolbe era un frate francescano. Nel giorno della sua memoria liturgica sono stata ricreata dall’Amore per tramite dei frati francescani. Non esiste gioia più grande di quella che deriva dall’incontro col Padre, dal sentirsi addosso quell’amore ostinato e tenace che non riesce a darsi pace finché non ti ha tra le sue braccia, al sicuro. La gioia di sapersi di qualcuno, di sentirsi attesi da molto prima, di sapersi amati in un modo unico e personale. Ed è una gioia che va detta, sia perché è impossibile trattenerla sia perché sono in tanti ad aver bisogno di ricevere l’annuncio di questa gioia, di questo amore che rende nuovi, che non lascia soli mai. Mai. Lasciarsi amare e ricreare, con fiducia e con speranza. Con la certezza che Dio ama tutto di noi specialmente ciò che noi non riusciamo ad amare, e quelle stesse cose, proprio perché amate da Lui, diventano il luogo privilegiato di tutta la vita. Il luogo in cui fiorire e portare frutto.

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Esercizi di speranza (28 giugno-11 agosto 2019)

28 giugno-Piangere

L’esercizio di speranza che più bisogna tornare a fare oggi è saper piangere, non per rattristarsi ma per stare nella verità e nella realtà, perché per stare al mondo, in questo mondo e in questo tempo, ne abbiamo un assoluto bisogno. Chi non sa piangere sull’uomo, infatti, distrugge ogni persona e cosa che incontra con la sua disumanità, e a lungo andare distrugge anche se stesso.

«Ci si riempiono gli occhi di lacrime se teniamo gli occhi aperti su questa valle di lacrime. Allora li distogliamo, ce li distolgono con mille e mille canali televisivi, social chiacchierosi, pensiamo di lavarli con una pioggia di immagini, e così come ci arrivano padre e figlio annegati ci arriva la ragazzina che posta la foto e il fidanzato o la mamma che le risponde in pubblico come sei bella e quella dice grazie e mette cuoricino, o ragazza con sfondo mare, o piatti, e insomma tutta una fiumana di cazzatelle, che porta via nella corrente le lacrime e il padre e il suo bambino, annegati un’altra volta. Si dice: perché piangere? Perché intristirsi? Ma piangere non è intristirsi, piangere è stare nella verità. Sono infinitamente più tristi le risate dei distratti, degli intrattenuti, le moine dei banali. Chi piange nel mondo, nel controvento della storia, che mai sarà il paradiso, non è uno triste: è uno che non nega la realtà. E tra le lacrime vede tutto, compreso la ragazza sullo sfondo del mare, con una intensità, una verità, uno sgomento sconosciuto ai fintiallegri. Perché piangendo veniamo al mondo, e occorre continuare a “venire al mondo”.»
(Davide Rondoni)

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