Solo i malati guariscono

Abbiamo tutti un sentiero di ritorno.” È l’inizio di Solo i malati guariscono. L’umano del (non) credente, di don Luigi Maria Epicoco. Sono quelle delusioni o prove, cambi di rotta e aspettative disilluse, a cui tutti prima o poi andiamo incontro, facendo esperienza di una certa quantità di dolore, ma allo stesso tempo si tratta di “esperienze di autenticità.” Come quella vissuta dai discepoli di Emmaus: tre giorni prima Gesù era stato crocifisso, e nonostante Lui da risorto gli stesse camminando accanto, “i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”, perché offuscati dalla tristezza e dalla mancata realizzazione di quelle che erano le loro aspettative. Il dolore acceca, rende insensibili e azzera tutto il resto. Nonostante ciò, però, il cuore dei discepoli ardeva nel petto, mentre il Signore parlava e spiegava loro le Scritture. Come fare, allora, a ritrovare questa fiamma quando la vita ci mette a dura prova e tutto sembra privo di senso?

epicoco

 

Don Luigi vuole guidarci in questo viaggio all’interno di noi stessi e delle nostre ferite per farci riscoprire uno sguardo nuovo sulla nostra umanità, che è la condizione alla base di tutto ciò che siamo: fragili, indifesi, esposti alla malattia, al lutto, alla precarietà… Per riuscire a guarire da queste situazioni, bisogna prima di tutto riconoscerle, ammettendo di esserne “malati”. Ci sono cinque parole fondamentali che ci aiutano in questo.

Autenticità. I sentieri di ritorno sono caratterizzati da delusione, confusione e contusione. Il loro effetto più clamoroso è quello di metterci a nudo, di spogliarci da tutte le nostre sovrastrutture e schemi mentali, svelando la nostra essenza più profonda, spesso sconosciuta anche a noi stessi. “L’autenticità è ciò che rimane di te quando hai perduto tutto”. Molte volte finiamo prigionieri dei nostri progetti, della paura di non essere all’altezza, e costruiamo baluardi a difesa di tutto quello che non vorremmo mai perdere. Persone, cose, sicurezze, la stima degli altri e l’opinione che hanno di noi. Abbiamo timore di apparire fragili, o peggio ancora deboli. Ma perché abbiamo così tanto orrore della nostra debolezza? Ognuno di noi ha un tesoro nascosto da disseppellire: è la propria interiorità, la parte più vulnerabile di noi e allo stesso tempo la più imprescindibile. Possiamo osteggiarla o nasconderla finché ci riusciamo, ma prima o poi un imprevisto la tira fuori. Quello è il momento di decidere se cedere alla disperazione per quello che ci è successo oppure di tentare di scoprire cosa c’è al di là di quell’ostacolo che impedisce di vedere l’infinito oltre la siepe, la luce in fondo al buio.

Amicizia. Ma allora cos’è che ci salva dall’abisso? La relazione. Umanità è stare insieme. Stare da soli è disumano perché viviamo in relazione fin dal grembo materno. È l’amicizia che ci fa restare umani quando rischiamo di perdere la nostra umanità, quando, privi di ogni certezza, non sappiamo a cosa aggrapparci. Dare la vita per gli amici è la vera chiamata alla felicità. Non c’è amore più grande. Ed è una chiamata veramente per tutti: infatti, non c’è bisogno della fede per essere amici, perché basta solo essere umani. L’amicizia vera, però, non è un semplice accompagnarsi, ma si basa su un legame di comunione, ovvero sulla libertà di potere realmente comunicare noi stessi a qualcuno, consegnandogli la parte più intima di sé, insieme alla propria storia. È così che il carico di sofferenza che abbiamo da portare diventa più leggero.

Inquietudine. Quando non riusciamo a vedere le cose con gli occhi, dobbiamo ricorrere a un altro tipo di vista, e guardarle col cuore. Gli occhi sono facilmente ingannabili, ma il cuore sa sempre la Verità e arde, perché è lì che ha sede la nostra sete di felicità. Per questo ci tiene in vita. E anche se questo fuoco ci brucia dentro e ci rende perennemente inquieti, guai se non ci fosse. È da lì che attingiamo le forze per rimetterci in cammino, per continuare a cercare, per tornare ad essere vivi. Come per l’amicizia, anche il desiderio di felicità, mosso dall’inquietudine del cuore, può prescindere dalla fede. Chi cerchiamo, però, è Gesù, anche quando non sappiamo che è proprio Lui che stiamo cercando. Anche quando non lo riconosciamo.

Senso. Il senso delle cose ha a che fare con la profezia, ovvero con quella capacità di “guardare il futuro che è dentro il presente”, scoprendo il significato e le potenzialità nascoste in ciò che si sta vivendo. Profezia è scorgere la rosa guardando il seme, o intravedere un nuovo inizio quando tutto sembra irrimediabilmente finito. Se il chicco di grano non muore non può portare frutto, e la morte del chicco è un dato di fatto impossibile da accettare se manca il senso profondo di questa morte. E il senso profondo è proprio il portare frutto. Il problema è che da soli non ce la facciamo neanche a immaginare tutto questo, perché siamo talmente dentro che le contraddizioni e il vuoto ci sovrastano. Abbiamo sempre bisogno di uno sguardo proveniente dal di fuori, che sappia restituirci la chiave di lettura degli avvenimenti e di noi stessi, intessendo con pazienza quel legame vitale che parte dalla realtà in cui ci troviamo per arrivare al suo significato. La scintilla che fa ripartire è questa consapevolezza di senso, che può essere anche nascosta o incomprensibile alla sola ragione, ma che c’è. Ed è allora che accade un grande miracolo: iniziamo ad essere noi stessi, a non giudicarci più per gli errori commessi, a scoprire che si può vincere anche perdendo perché Qualcuno ha già vinto per noi.

Nostalgia. C’è una mancanza che ci portiamo dentro e a cui non vogliamo dare retta, perché pensiamo non possa essere colmata. Questo qualcosa che non sappiamo bene cosa sia, ma che ci manca, genera in noi nostalgia.  

“La nostalgia non è malinconia.
La nostalgia è la felicità in forma di mancanza.
L’acqua in forma di sete.
Il pane in forma di fame.
La nostalgia è il vuoto lasciato da una pienezza, o per lo meno lo spazio vuoto che attende una pienezza. 
La nostalgia è attesa di pienezza dentro di noi.”

Non dobbiamo avere paura della nostra nostalgia di futuro, né di pronunciare le parole dei discepoli di Emmaus: “resta con noi”. E Lui resterà, perché non chiede altro. Perché sa come si fa ad amare, Lui che è l’Amore.  

“L’infinito del verbo amare è restare, è esserci nonostante tutto.
Amare è restare sotto la croce di chi ami, bevendo fino in fondo l’amaro calice dell’impotenza.
Il dolore più grande è non poter fare nulla davanti alla sofferenza di chi ami.
Ma l’amore vero è restare lì nonostante l’impotenza, nonostante tu non puoi salvare da quella croce.
L’amore è Maria e Giovanni sotto la croce.
L’amore è Cristo che muore comunque, ma non muore solo.
La Madre e il discepolo amato restano fino alla fine e abitano l’ora più buia della storia di Cristo.
Si ama quando si resta anche nelle situazioni in cui non conviene più restare.”

Le nostre ferite non devono paralizzarci o fermarci: esse sono semplicemente il ricordo di tutte quelle volte in cui abbiamo veramente amato, conformando la nostra vita a quella di Cristo.

Solo i malati guariscono perché solo accettando il nostro essere fragili possiamo sperimentare la gioia di essere guariti, ed è vivendo la nostra umanità, scelta da Dio in persona perché non ne avessimo più paura, che riusciamo a percorrere i sentieri della vita, che siano di ritorno o meno. 

#lampidipoesia

 

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